Taverna Santa Maria De Domno - Salerno     

SANTA MARIA DE DOMNO

 

La denominazione della Chiesa Santa Maria de Domno compare per la prima volta in un documento del 1092 (pergamena C-40 Archivio della Badia di Cava), e fino a tutto il Seicento fu chiamata Santa Maria de Dominabus per poi essere volgarizzata in Santa Maria delle Donne nel 1725. Una ricostruzione di estremo interesse dei principali elementi topografico-urbanistici realizzati nella Salerno longobarda sull’area che comprende la Chiesa di Santa Maria de Domno è rinvenibile in tre documenti datati tra il 990 ed il 991, le preziosissime pergamene dell’Archivio della Badia di Cava IV-45; A-15; IV-64, che tracciano ab origine l’antica “forma urbis” ed anche la topografia salernitana. La Storia ci tramanda che per volontà della principessa Sichelgaita, consorte del principe Giovanni regnante in Città dal 983 al 999, a seguito delle operazioni di ampliamento urbano della cortina verso il mare, la Chiesa Santa Maria de Domno fu edificata sull’asse ovest-est, su di un terreno inter murum et muricinum, locuzione utilizzata per indicare la striscia di terreno compresa fra le due cortine, ovvero muro superiore dell’urbis prelongobarda e muro inferiore, l’antemurale. Il lotto su cui si doveva edificare la Chiesa era largo trentasei piedi, dalla strada che lo costeggiava a settentrione all’antemurale posto a meridione,e lungo novanta piedi, dal corso d’acqua che lo delimitava a ponente (un’antica canalizzazione che scorreva tra l’attuale largo Dogana Regia e la localizzazione della Chiesa ovvero in corrispondenza dell’attuale civico 77 della via Masuccio Salernitano, che in epoca normanna fu deviata nel fossato realizzato per proteggere le mura orientali della città), alla proprietà del conte Guaimario ad oriente. Lo studio delle pergamene citate fa risalire la costruzione della Chiesa tra gli anni 986-991. Documento basilare per la localizzazione della Chiesa Santa Maria de Domno è una perizia giurata commissionata dal Tribunale di Salerno all’arch. Santoro al fine di derimere una lite tra gli allora comproprietari privati della Chiesa sconsacrata nel 1822.

Tale perizia oltre a posizionarne precisamente il sito sacro riporta anche la descrizione delle strutture esistenti all’epoca della sua stesura che si ebbe nell’anno 1862. Nel corso dei suoi oltre mille anni di esistenza l’area di sedime del sito religioso è rimasta praticamente invariata, difatti il complesso insiste in un’area dalla larghezza di trentasei piedi longobardi (cm.31,1 circa) ovvero mt.11,20 circa riscontrabili nella misura variabile tra i 41,4 e 44 palmi napoletani (cm.26,455 circa) ovvero da mt.10,95 a mt. 11,64 circa, come rilevabile dalla perizia del Santoro che indica complessivamente sessantasei palmi e otto decimi la misura della lunghezza del complesso pari a circa 17,68 metri inclusi i muri perimetrali.La struttura primigenia della pianta della Chiesa dimostra che essa era articolata in tre navate, diseguali protese verso oriente di cui quella di mezzo circoscritta da un’abside semicircolare, mentre quella a settentrione terminava con una piccola sacrestia coperta da volta. Le tre navate erano separate da tre pilastri di fabbrica isolati e quattro vani arcuati in ciascun lato, e non in corrispondenza simmetrica. L’entrata principale era posta a ponente e prospettava su di una corte coperta comune ed aperta verso la strada. Altra porta era posta in prossimità dell’angolo nord-ovest prospiciente la via pubblica. Nello stesso angolo nord-ovest, fuoriuscente di circa cm.90 dal prospetto verso la strada, era presente il campanile a pianta quadrata. Tutta la Chiesa risultava essere stata coperta con travi di legno e tegole, poste a quote diverse sulle varie navate, ad eccezione del primo compartimento della navata sud posizionato nell’angolo sud-ovest che risultava essere coperto da un’antica volta a croce.

 Dopo quasi due secoli, l’architetto Aniello Piemonte, nel realizzare l’odierna struttura polivalente, dopo studi approfonditi sulla storia topografica del sito e sulla pianta del complesso monumentale religioso, ha portato nuovamente alla luce questo mirabile ‘Paradisus claustri’, rinvenendo due pregevoli reperti dell’antico sito archeologico, identificando rispettivamente una colonna antica di marmo con basamento e la soglia di marmo dell’originale ingresso della chiesa, la citata volta a croce, individuata oggi a copertura del vano soprastante posto al primo piano dell’edificio, nonché dalla scoperta di una miriade di spazi od elementi architettonici quali nicchie, absidi e ingressi secondari nascosti anche all’occhio dell’attento architetto Santoro in quanto le stratificazioni avevano coperto tali preesistenze dalle indicibili bellezze architettoniche, in una vera cristallizzazione temporale che si protrae saecula seculorum.

 

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